Il quesito, finora, non ha avuto risposta certa: il mistero che da
sempre avvolge le molteplici attività svolte da Cagliostro contribuisce a
tenere vivo l’interesse su di lui.
Nato a Palermo nel 1743, visse di
espedienti durante la gioventù, divenendo un personaggio di spicco
negli ambienti massonici dell’epoca.
La sua fama di alchimista e
guaritore raggiunse le corti più importanti d’Europa, da Londra a San
Pietroburgo, dove gli fu possibile stringere amicizie con personalità di
spicco come Schiller e Goethe.
Alla corte di Versailles conobbe il
potentissimo cardinale di Rohan che lo coinvolse nel misterioso affaire
du collier, un complotto che diffamò la regina Maria Antonietta e aprì
la strada alla rivoluzione francese. Sfidò apertamente la Chiesa
fondando a Londra una loggia di Rito egiziano e assumendo il titolo di
«Gran Cofto».
Il Sant’Uffizio non tardò a colpirlo: tratto in arresto
il 27 dicembre 1789, fu rinchiuso nelle carceri di Castel Sant’Angelo.
Il duro processo cui fu sottoposto si concluse il 7 aprile 1790 con
l’emissione di una condanna a morte per eresia e attività sediziose e
con la distruzione, nella pubblica piazza, dei manoscritti e degli
strumenti massonici. In seguito alla pubblica rinuncia ai principi della
dottrina professata, Cagliostro fu graziato da papa Pio VI: la condanna
a morte venne commutata nel carcere a vita, da scontare nelle tetre
prigioni dell’inaccessibile fortezza di San Leo, descritte con dovizia
di particolari da Monsignor Gianmaria Lancisi, archiatro pontificio,
nelle Lettere inedite in cui descrive un suo viaggio da Urbino a
Montefeltro e alla Repubblica di San Marino, tratte da un manoscritto di
Palazzo Albani, (Roma, 1841, pp.33-34): Sotto i suddetti baluardi
restano scavate alcune, che non sono carceri, ma sepolture, anzi cantine
e grotte, gemendovi d’ogni intorno uno stillicidio di acqua perenne […]
Non
si sa in Roma che cosa sono le carceri di San Leo, onde sopra la
sicurezza delle medesime si appoggia la facilità di mandarvi
frequentemente li delinquenti, quantunque il Sig. Castellano non lasci
di scrivere in Roma la pessima qualità delle spelonche.
In attesa di
essere definitivamente segregato nella cella del Pozzetto, l’illustre
detenuto fu momentaneamente alloggiato nella cella del Tesoro, la più
sicura ma anche la più tetra ed umida dell’intera Fortezza. La
tradizione vuole che in quest’ambiente fosse conservato il tesoro dei
duchi d’Urbino, durante i numerosi e ripetuti assalti sostenuti dalla
fortezza leontina. La cella venne ricavata dall’ampliamento
quattrocentesco della fortezza, realizzato da Francesco di Giorgio
Martini, che inglobò nel possente rivellino triangolare, l’originaria
torre angolare del mastio malatestiano. Sulla parete esterna d’ingresso
alla cella, si nota un’iscrizione dipinta di difficile lettura ma che
allude all’impossibilità di evadere dal terribile carcere di San Leo. I
soldati che giorno e notte svolgevano il servizio di guardia, avevano
ricevuto ordine di non discorrere con il prigioniero cui era stato
interdetto anche l’uso della carta, della penna e dell’inchiostro:
l’accesso alla Fortezza veniva costantemente sorvegliato e impedito a
qualunque straniero.
In seguito ad alcune voci sull’organizzazione di
una fuga da parte di alcuni sostenitori di Cagliostro, nonostante
fossero state prese tutte le misure necessarie per scongiurare qualunque
tentativo di evasione, il conte Semproni, responsabile in prima persona
del prigioniero, decise il suo trasferimento nella cella del Pozzetto,
ritenuta ancor più sicura e forte di quella detta del Tesoro. Del lungo
periodo di reclusione, durato più di quattro anni, rimane testimonianza
nell’Archivio di Stato di Pesaro, ove sono tuttora conservati gli atti
riguardanti l’esecuzione penale ed il trattamento, improntato a principi
umanitari, riservato al detenuto.
Ubicata nella parte centrale del
mastio, la cella del Pozzetto ha dimensioni piuttosto anguste (metri
3x3). L’unica apertura è costituita da una piccola finestra, munita di
un triplice ordine di inferriate, rivolta verso la Pieve e la Cattedrale
affinché questa risultasse, per il recluso, l’unica visione possibile.
Si
accede alla cella da un’apertura laterale praticata recentemente ma, al
tempo di Cagliostro, l’unico varco era costituito da una botola
collocata nel soffitto, da cui fu introdotto il prigioniero e attraverso
la quale venivano somministrate le razioni di cibo ed effettuata una
costante e continua sorveglianza.
Il 26 agosto 1795 il famoso
avventuriero, oramai gravemente ammalato, si spense a causa di un colpo
apoplettico. La leggenda che aveva accompagnato la sua fascinosa vita si
impossessò anche della morte: dai poco attendibili racconti sulla sua
presunta scomparsa giunti fino ai giorni nostri, è possibile intravedere
il tentativo, peraltro riuscito, di rendere immortale, se non il corpo,
almeno le maliarde gesta di questo attraente personaggio. L’atto di
morte, conservato nell’archivio parrocchiale di San Leo, redatto in
latino dall’arciprete Luigi Marini, rende giustizia alla veridicità
delle vicende:
Giuseppe Balsamo, soprannominato Conte di Cagliostro,
di Palermo, battezzato ma incredulo, eretico, celebre per cattiva fama,
dopo aver diffuso per diverse Nazioni d’Europa l’empia dottrina della
massoneria egiziana, alla quale guadagnò con sottili inganni un numero
infinito di seguaci, incappò in varie peripezie, alle quali non si
sottrasse senza danno, in virtù della sua astuzia e abilità; finalmente
per sentenza della Santa Inquisizione relegato in carcere perpetuo nella
rocca di questa città, con la speranza che si ravvedesse, avendo
sopportato con altrettanta fermezza e ostinazione i disagi del carcere
per quattro anni , quattro mesi, cinque giorni, colto da un improvviso
colpo apoplettico, di mente perfida e cuore malvagio qual era, non
avendo dato il minimo segno di pentimento, muore senza compianto, fuori
della Comunione di Santa M. Chiesa, all’età di cinquantadue anni, due
mesi e diciotto giorni. Nasce infelice, più infelice vive, infelicissimo
muore il giorno 26 agosto dell’anno suddetto verso le ore 22,45. Nella
circostanza fu indetta pubblica preghiera, se mai il misericordioso
Iddio volgesse lo sguardo all’opera delle sue mani. Come eretico,
scomunicato, peccatore impenitente gli viene negata la sepoltura secondo
il rito ecclesiastico. Il cadavere è tumulato proprio sulla estrema
punta del monte che guarda ad occidente, quasi ad uguale distanza tra i
due fortilizi destinati alle sentinelle, comunemente denominati il
Palazzetto e il Casino, sul terreno della Reverenda Camera Apostolica il
giorno 28 alle ore 18,15.
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